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domenica 2 ottobre 2016

Il referendum sull’immigrazione di Orban avviso patriottico ai burocrati Ue



di: Cristiano Puglisi (barbadillo.it)



Nell’ambito dell’agone politico del centrodestra, il Partito Popolare Europeo è spesso utilizzato nella retorica quotidiana per segnalare una certa distanza dalla destra più intransigente. Soprattutto parlare di Partito Popolare Europeo significa affermare una certa fede europeista, laddove l’aggettivo collima con la visione dominante all’interno dei circoli tecnocratici di Bruxelles e della Commissione Europea.

La storia politica di Fidesz

Eppure, anche se in pochi lo sanno, esiste un altro Partito Popolare Europeo. E’ quello di Viktor Orban, premier dell’Ungheria e del suo partito Fidesz. Tutt’altra pasta rispetto ai centristi nostrani, il primo ministro di Budapest è infatti visto al di fuori dei propri confini come un conservatore e un nazionalista intransigente.

Nonostante questa percezione Fidesz, movimento nato nel 1988 come “Alleanza dei Giovani Democratici” e fiorito prevalentemente all’interno delle Università, era sorto come una forza di ispirazione totalmente opposta, che si opponeva in maniera dura al regime comunista ungherese proponendo un modello liberale e libertario di stampo occidentale. Con il crollo della “cortina di ferro” Fidesz è riuscito a sdoganare la propria presenza sul panorama politico. Ma il successo elettorale ha eluso a lungo le speranze dei suoi giovani esponenti.

A metà degli anni ’90 il movimento vede l’emergere della figura di Viktor Orban, giovane giurista tra i primi fondatori del partito, che si propone come leader liberalconservatore e punta su un’opposizione ancora più dura al maggioritario Partito Socialista che, nel 1998, anno della consacrazione con la vittoria elettorale, si tramuta in esperienza di governo. Il primo Orban è a favore delle liberalizzazioni, dell’integrazione europea, della Nato, nella quale l’Ungheria entra nel 1999.

Finito il mandato nel 2002, Viktor Orban dovrà attendere otto anni per tornare a sedersi sullo scranno di primo ministro con la spettacolare vittoria alle elezioni del 2010, con la conquista di oltre i due terzi dei seggi parlamentari. E’ da quel momento che la politica di Fidesz cambia radicalmente. Il liberalconservatorismo lascia spazio a un più rigido nazionalismo: l’Assemblea Nazionale vede ridotto drasticamente il numero dei parlamentari e la Costituzione vede modifiche di stampo tradizionalista, con l’inserimento di riferimenti espliciti ai valori della famiglia e della fede.

Nel 2011 Orban da il via a un massiccio piano di nazionalizzazioni, o megli di “rinazionalizzazioni”: sotto il controllo statale tornano infatti i fondi pensionistici che proprio Orban aveva privatizzato nel suo primo mandato. Vengono inoltre introdotte consistenti tassazioni sui profitti bancari e finanziari privati.

Il rimodellamento nazionale della Banca Centrale Ungherese

Queste manovre sono il preludio alla decisione di contestare il principio di indipendenza della Banca Centrale Ungherese rispetto al Ministero delle Finanze, fino al punto in cui il governatore è venuto nuovamente a essere indicato dal Governo ungherese, che rifiuta inoltre di aderire al processo di ingresso nella moneta unica europea.

Ma le scelte di Orban sono anche motivate dal sentimento prevalente della popolazione, ovvero quello di un potente rigurgito del sentimento nazionale che porta Jobbik, movimento di estrema destra ultratradizionalista, a diventare il principale partito di opposizione con consensi oltre il 20% che vengono confermati dalle più recenti elezioni, quelle del 2014.

Il nuovo successo di Orban porta però a una sempre maggiore distanza dall’Unione Europea e a una sempre maggiore vicinanza a modelli alternativi, quale quello della Russia di Putin, tanto che lo stesso Orban viene a dichiarare in più occasioni come il suo modello di riferimento sia quello della “democrazia illiberale”, al quale egli accosta non solo la Russia, ma anche la Cina e la Turchia.

Eppure, nonostante il prevedibile criticismo di molti Paesi dell’Occidente, l’eterodossa (per i canoni eurocratici e progressisti) Ungheria di Orban è una realtà felice, economicamente parlando. Il Paese ha infatti visto diminuire costantemente e drasticamente il tasso di disoccupazione a partire dal 2010, pur in piena crisi economica globale.

La sfida di Orban ai dogmi di Bruxelles tuttavia non si limita all’aspetto economico e sociale ma anche alla gestione del fenomeno migratorio dovuto ai conflitti mediorientali. Il suo Governo è infatti fautore di una politica di rifiuto della retorica immigrazionista vigente nelle principali capitali politiche europee (Italia inclusa ovviamente, nda) e improntata a un certo pragmatismo, più che a un rifiuto ideologico del migrante in quanto tale.

Così lo scorso anno è partita l’edificazione del famoso “muro anti immigrati”, che è poi in realtà una lunga barriera fatta di filo spinato al confine con la Serbia, in aperta sfida al trattato di Schengen. Una misura che ha fatto inorridire la stampa liberal occidentale. Una decisione che ha però funzionato, fermando l’enorme flusso di migranti che, attraverso i Balcani, attraversavano l’Ungheria per introdursi in Europa. Una scelta che ha condotto oggi all’ultima battaglia, in ordine di tempo, del premier ungherese: l’indizione di un referendum per rifiutare le quote di ripartizione dei richiedenti asilo previste dall’Unione Europea.

Il referendum: tappa cruciale per la Nuova Europa


Il referendum, che si terrà nella giornata di domani, domenica 2 ottobre, sarà un momento molto caldo per i vertici europei. Paragonabile forse alla Brexit, pur se Budapest non ha lo stesso peso di Londra. Se la vittoria del “no” non è infatti minimamente in dubbio, a pesare saranno i dati di affluenza. Un’affluenza sotto il 50% indicherebbe un fallimento per il premier, che si esporrebbe così agli attacchi provenienti da destra, con Jobbik pronto a rimarcare la rischiosità di una simile operazione qualora un flop fornisse gli strumenti all’Ue per criticare le linee politiche ungheresi, e da sinistra con il Partito Socialista che si è prevedibilmente schierato contro la propaganda di Orban e potrebbe così vantare il disinteresse della popolazione per la questione.


Tuttavia, in caso di elevata affluenza o di percentuali bulgare, il segnale rivolto all’Europa sarebbe fortissimo e la piccola Ungheria potrebbe diventare un faro per tutte le voci fuori dal coro che sentono sempre più l’insofferenza verso questa Unione Europea e i suoi dogmi politici.

sabato 9 luglio 2016

Lezione di sovranità da Ungheria: sui migranti voterà il popolo

da: azionetradizionale.com


Brexit? Forse solo l’inizio di un effetto valanga e, forse, dai risvolti anche positivi. Lo ha capito il premier Orban che, per il 2 ottobre prossimo, ha convocato un referendum per chiedere al popolo ungherese se vuole o meno gli immigrati redistribuiti dalla UE sul suo territorio. Una bella lezione di “democrazia” da parte di chi “democratico” non è.


(www.repubblica.it) – Dopo la vittoria del leave al referendum britannico sul Brexit, un’altra consultazione popolare si annuncia in un paese membro della Ue e della Nato, l’Ungheria. E sarà un difficile e importante test della “voglia d’Europa” nelle opinioni pubbliche dell’Unione. Il capo dello Stato ungherese, Jànos Ader, ha formalmente comunicato oggi che è stata scelta la data del 2 ottobre per il referendum in cui i cittadini magiari saranno chiamati a dire se accettano o no una ripartizione di quote di profughi e migranti decisa dall’esecutivo europeo.


Vista la forte paura verso l’immigrazione – specie dopo la grande ondata dell’estate scorsa, e la costruzione della barriera di filo spinato alla frontiera serba, poi prolungata a quella croata – e considerata l’altissima popolarità e il carisma del premier nazionalconservatore Viktor Orbàn, ideatore della consultazione, una vittoria del no sembra quasi scontata.


Ecco la domanda che i cittadini leggeranno sulla scheda elettorale del referendum: “Volete che l’Unione europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?”. Da tempo Orbàn si è detto assolutamente contrario alla politica europea della ripartizione in quote, e in questa sua linea dura trova il consenso della grande maggioranza del Paese. Sulla stessa posizione lo hanno seguito gli altri tre Paesi del centroest europeo membri di Ue e Nato, cioè Cèchia, Polonia e Slovacchia, membri insieme all’Ungheria del “Gruppo di Viségrad”. Il Gruppo di Viségrad, organo di cooperazione regionale di quei 4 paesi, tutti Stati dove le dittature comuniste finirono con la svolta del 1989, sta diventando sempre più un’alleanza del fronte della fermezza dell’Est di Unione e Alleanza contro i profughi. Una posizione che non esita a scontrarsi con quelle di Bruxelles (intesa come Ue), Roma, Berlino o Parigi. 


Nel settembre scorso, la Ue aveva deciso di ripartire in altri Paesi per quote 160mila profughi da Italia e Grecia, aree di transito sovraffollate. Secondo i piani di Bruxelles l’Ungheria avrebbe dovuto accoglierne 2300 circa, ma il premier magiaro, col paese alle spalle che lo appoggia, si è subito opposto, e in dicembre ha sporto denuncia alla Corte europea di giustizia contro l’idea dei contingenti di profughi e migranti da ripartire. Da allora, egli aveva cominciato a parlare di referendum. L’Unione europea, ha dichiarato più volte Orbàn, “non può permettersi di prendere decisioni alle spalle dei popoli e contro la volontà dei popoli ,decisioni che cambiano la vita dei popoli e delle loro generazioni future”.


La linea di Orbàn – che di fatto a causa del dibattito sul problema dei migranti è cresciuto come vero statista-leader del centroest euro minimalista – è criticata da Commissione e Parlamento europeo, e un compromesso non appare in vista. Il governo di maggioranza ungherese, con due forti vittorie elettorali alle spalle (201 e 2014) e di fronte a sé un’opposizione debole, spesso divisa e priva di creatività politica, è in generale contrario a un’eccessiva, accentuata integrazione politica europea, difende competenze e poteri degli Stati nazionali. E ha commentato con dispiacere la decisione degli elettori inglesi di abbandonare la Ue, notando che “il voto del Regno Unito mostra quali rischi l’Europa corre quando non ascolta i popoli”. Rammarico ben comprensibile: per Budapest, come per Varsavia, Londra in generale eurominimalista era di gran lunga il più importante alleato nella Ue. 


Contemporaneamente, l’Ungheria ha annunciato che da oggi entra in vigore per gli immigranti illegali la procedura di espulsione immediata, cioè senza che l’espulsione stessa sia preceduta da un esame di eventuali richieste d’asilo. Da oggi, chiunque sarà scoperto dopo un ingresso illegale nell’arco di otto chilometri entro le frontiere ungheresi sarà immediatamente ricondotto dalle forze di sicurezza ai reticolati che blindano l’Ungheria ai confini con la Serbia e la Corazia. Lo ha annunciato Gyoergy Bakondi, consigliere per la sicurezza interna del capo del governo, spiegando che il Parlamento ungherese (Orszaghàz), dove la Fidesz (il partito guidato da Orbàn) ha posizione di forza prominente, ha già approvato la decisione. Secondo il premier si tratta di decidere sull’indipendenza del Paese e sul suo diritto di scegliere con chi convivere.